PierLuigi Morizio autore di “Più forte di Schillaci e altre storie di sport”:“La vita non è bella ma è una, una sola. Non si può sprecarla”.

PierLuigi Morizio, cover libro

Oggi voglio presentarvi PierLuigi Morizio autore, attore e conduttore in teatro e radio tv. E’ uscito in questo periodo il suo libro “Più forte di Schillaci e altre storie di sport” Nabis editrice. Il titolo del libro incuriosisce, di cosa parlerà? E’ facile intuirlo…Ma non vogliamo svelarvi nulla sulla trama…Invece, siamo prontissimi per conoscere meglio PierLuigi.

Ciao PierLuigi, se dovessi descriverti, cosa diresti di te? Di cosa ti occupi?Lavoro, Hobby…

Il tuo rapporto con il tuo lavoro, ti piace quello che fai? Per te è una passione vera o ti sei adattato al contesto in cui vivi?

Pierluigi Morizio, cover libro

Il mio lavoro? “Ah, saperlo!” diceva Pazzaglia a “Quelli della notte”. Direi forse che è la comunicazione, ma in senso totale, davvero a 360°. Sono nato come autore, attore e conduttore in teatro e radio tv dove ho lavorato come professionista per molti anni, poi mi sono appassionato al giornalismo e ancora una volta sono stato redattore e conduttore in tv, forte dell’esperienza maturata con lo spettacolo e della mia passione per la scrittura.

Da quando ero giovanissimo, inoltre, opero come creativo e copy free lance per le agenzie di ADV. I miei hobby sono soprattutto legati agli sport, alla lettura, al cinema e alla musica. Anche lì sono onnivoro, vorace, e non faccio distinzione tra generi. Difetti? Li ho tutti, sono davvero insopportabile, magari fossero solo tre.

Più di tutto ho la pretesa di sapere per istinto cosa è bello e cosa no, cosa piacerà al pubblico e a quale  tipo di pubblico. Ho un istinto naturale per capire le oscillazioni della società. Non lavoro per esprimere me stesso ma per essere utile agli utenti, agli spettatori, ai lettori. Però ho la capacità di capire un consiglio giusto, se mi arriva. So ascoltare, se può essere considerato un pregio. E sono creativo, questo posso dirlo con certezza analizzando a posteriori tanti anni di lavoro, non ho mai avuto il trauma della pagina bianca. Se c’è da ideare, progettare, scrivere o interpretare per lo spettacolo, l’informazione o l’ADV prima o poi troverò la soluzione migliore. Datemi solo un po’ di tempo. E il giusto compenso, ovviamente.

Ho un eccellente rapporto con il mio lavoro, mi piace perché è legato al mio essere. Non direi che è una passione, piuttosto che è legato alle mie capacità. Se mi pagano bene, si scatena in me una creatività che non ti dico…Le mie passioni sono piuttosto la cucina (ma non sono sono chef), l’analisi dei fenomeni mediatici (ma non sono un sociologo), e lo sport (ma sono solo un buon dilettante). E da giovane avevo una passione sconsiderata per le ragazze, ma temperata da una gigantesca timidezza. Il mio lavoro corrisponde esattamente a quello che sono capace di fare bene in un contesto professionale: far appassionare il pubblico a una narrazione, che sia scenica, televisiva o sulla carta.

Vedi, spesso nel giornalismo “narrazione” o “story telling” vengono interpretati come sinonimi di “invenzione, distorsione dei fatti”. Non è così. Fatto salvo il rispetto assoluto della deontologia professionale che comporta soprattutto una completa e corretta informazione, io ritengo che un giornalista debba saper raccontare la verità molto bene, in modo da far appassionare il lettore o lo spettatore. Così non solo racconta i fatti, ma spinge il lettore a comprare il suo giornale. La crisi delle testate deriva non solo dalla nascita del web, ma anche dalla mancanza di grandi penne.

La lettura del giornale non appassiona più. Tutti si ricordano delle telecronache di Beppe Viola o degli articoli di Gianni Brera, delle critiche teatrali di Rita Cirio, del primo Costanzo autore di talk show, ma pochissimi oggi saprebbero citare una grande penna sulle testate e ancor meno sul web. A ciò si aggiunge una grave stortura sociale per cui oggi troppe persone cercano solo conferma alle proprie prevenzioni, e non hanno alcuna voglia di apprendere nuove versioni della realtà.

PierLuigi, quali ostacoli, se ci sono stati, hai sperimentato durante il percorso e come li hai superati? Cosa diresti a chi comincia un percorso come il tuo. Quanto è stata importante per te la passione che hai messo in quello che stavi realizzando.

Ostacoli? Moltissimi. In primis la difficoltà di nascere e vivere al Sud, che oggi non è certo il luogo migliore dove trovare denaro per sostenere le attività culturali, e credo nemmeno per colpa nostra. Poi, nel teatro e nella tv ho sofferto spesso la convenzionalità dell’ambiente, la paura dei capistruttura nell’osare qualcosa di nuovo, l’essere quasi disposti a perdere pubblico piuttosto che sforzarsi di inventare.

La pigrizia mentale, e devo dire anche una certa incapacità di cogliere l’essenza di questo lavoro. Mancanza di arte ma anche di buon artigianato, direi. Non può esistere in questo settore la convenzione, le strade sicure, la certezza di ottenere buoni risultati riscrivendo sempre la stessa storia. Il nostro lavoro si evolve ogni giorno come si evolve la lingua. Chi scriverebbe oggi o direbbe sulla scena “conciòsiacosaché”? E allora perché dobbiamo ripetere formule logore che non portano più pubblico? Io cercavo cose in linea coi tempi, loro non le capivano. Mi rispondevano “Ma se questa cosa è difficile da capire per me, come potrà capirla il pubblico?”.

Ecco, questa è una cosa davvero stupida, indegna di un operatore della cultura: identificare il pubblico con sé stessi. Ma se tu hai sessant’anni e il pubblico migliore, cioè quello più preparato e con più capacità di spesa, ne ha quaranta, sei tu che devi adattarti a comprenderlo e fare qualcosa per lui, non puoi pretendere che a lui piacciano le cose del passato che ami tu.  E se tu leggi al massimo Il corriere dello Sport, mentre il pubblico migliore legge almeno un libro al mese, chi deve cambiare tra i due?

Inoltre io credo molto nella funzione sociale dell’informazione, dello spettacolo e dell’arte, che devono operare anche per creare una società migliore, non solo per trarne meritati guadagni. Guarda, non sono un idealista, è che il ruolo ontologico dell’arte è solo quello: offrire il buono e l’utile. E per l’informazione è lo stesso: a che serve informare, se non a far crescere il pubblico? 

La scienza serve a curarci e farci lavorare meglio, l’agricoltura e l’allevamento servono a nutrirci, anche l’arte ha il suo ruolo sociale preciso, e l’informazione pure. Ma davvero a qualcuno interessa l’edizione numero mille del GF?

Crollo degli ascolti assicurato, eppure non ci si sforza di inventare né tanto meno si dà fiducia agli autori. Per cui ai giovani suggerirei innanzitutto di cercare la città o il Paese più adatto allo sviluppo dei loro talenti, poiché certo non si può fare il doppiatore ad Aosta o a Trapani dove non vi sono sale doppiaggio. In secondo luogo gli direi di non fare le sciocchezze che ho fatto io mettendomi a muso duro davanti a chi ha il potere. Essere più astuti, fingere condiscendenza, inserirsi, e poi imporre il proprio stile.

Tanto i vecchi boss non cambiano idea neanche a cannonate. Piuttosto la rovina, ma mai ammetteranno di aver sbagliato..

Il tuo rapporto con la vita, il tuo motto, le tue credenze.

Non ho un rapporto con la vita, la vivo e basta. Quando ho il morale a terra, e capita tante volte, non posso far altro che pensare “La vita non è bella ma è una, una sola. Non si può sprecarla”. Così, parimenti, non ho credenze o motti, non ho il dono della fede ma nemmeno dell’ateismo, sono sostanzialmente un agnostico. Sono stato nella polvere e sull’altare, la vita è fatta anche di colpi di fortuna o sfortuna. Solo gli arroganti e i presuntuosi pensano “Io mi sono fatto da me”. Balle. Hanno avuto solo il culo di essere la persona giusta al momento giusto, uno che passava di lì esattamente quando serviva un tizio come lui. Del pari, conosco una marea di persone splendide che meritavano il meglio dalla vita e hanno avuto solo sfortuna, o hanno pagato piccoli sbagli oltremisura.

Il tuo idolo, c’è qualcuno a cui ti ispiri per realizzare la tua vita?

Davvero nessuno. Sarò brutale: gli idoli sono per i mediocri, coloro che non riescono a realizzarsi e dunque vivono attraverso la vita altrui. Vestirsi da Zorro o da fatina va bene a sette anni, ma se a 30 segui la influencer di turno o ti fai le foto a torso nudo con l’atteggiamento da super eroe, sei un coatto senza personalità. Sai qual è il problema? Che anche uno stile personale richiede studio: per vestirsi bene occorre studiare, conoscere i tessuti gli abbinamenti di colore per capire cosa ci sta meglio e cosa dobbiamo evitare, come, per parlare bene occorre studiare tanto, e per avere un corpo flessuoso e dinamico lo stesso, perchè serve non solo allenamento fisico ma anche studio tecnico, come nella danza, nella ginnastica o nelle arti marziali.

Ma studiare piace a pochi: si preferisce comprare una finta personalità attraverso un vestito, un oggetto, un’auto “che mi rappresenta”.  Ma che ti rappresenta! Sei sempre un coatto in Rolls Royce. Quindi io non posso avere alcun idolo.  Se invece mi parli di persone che ammiro, per me Gino Strada è il massimo. Ma non posso ispirarmi a lui, ci vuole una santità che io assolutamente non ho.

Il libro, l’opera d’arte, o  la trasmissione televisiva/ radiofonica  (ecc…) più famosa che avresti voluto realizzare tu

PierLuigi Morizio

Eehh, tante. Parlando di telefilm, vorrei aver scritto e interpretato “Il tenente Colombo”, a parer mio un colpo di genio irripetibile nella produzione tv americana e una invenzione recitativa strepitosa di Peter Falk. La maniera in cui dice la sua classica battuta “Just one more thing” è da antologia.. Film? Vorrei aver scritto West Side Story, ma anche Il Sorpasso. E anche Io e Annie. Darei un braccio per il ruolo di Allen.

E poi Z-L’orgia del potere di Costa-Gavras, Schindler list, Cadaveri eccellenti, I sette samurai, Psycho, Il giardino dei Finzi Contini…ma qui facciamo notte, tanti titoli ho in testa. Se parliamo di letteratura, sicuramente “L’autunno del Patriarca” di Garcia Marquez, un libro per me segnante. Amo quella scrittura. Ma vorrei anche aver scritto “Uomini e Topi” di Steinbeck, tanto è potente nella sua semplicità. E parliamo anche di Hemingway…ma si fa notte anche qui. E sei fortunata che non dipingo più, altrimenti….

La tua citazione famosa preferita

“Non bisognerebbe diventare vecchi, prima di essere diventati saggi”.  Una battuta del fool nel King Lear di Shakespeare. Un anziano deve essere un faro di saggezza per i giovani, non un vecchio bavoso che cerca di imitarli.

Aborro le velone e i vecchi ganimedi. Quando hai tolto ad un anziano la dignità e l’autorevolezza, gli hai tolto il tesoro che ha accumulato negli anni, l’unica cosa che compenserà la perdita della vigoria fisica e della bellezza giovanile. Odio tinture, parrucchini, lampade, silicone. Ammetto la chirurgia plastica solo in dosi minimali e purché sia invisibile. Amo il viso segnato di Jeremy Irons come amavo le rughe orgogliose di Mariangela Melato, una attrice sconfinata che è andata via troppo presto.

Il tuo ultimo “successo” lavorativo, affettivo, quanto è il frutto della tua spontaneità ed esperienza e quanto invece è il risultato  di fattori esterni

PierLuigi Morizio

Diamo per scontato che io abbia avuto dei successi? No, parlerei solo di risultati altamente professionali, questo sì. Credo dovuti ad entrambi le circostanze. Quando ho interpretato  Novecento di Baricco avevo 40 anni, l’età e l’esperienza giusta per farlo. Fu un’esperienza bellissima, ma concorsero tanti fattori.

Soprattutto i grandi musicisti che avevo al fianco. Oggi, quando presento alcuni eventi ricorrenti (penso specialmente al Blues Festival di Bitonto e alla mia ultima conduzione presso il Festival Lector in fabula di Conversano) devo ammettere che mi sento molto protetto e benvoluto da tutto lo staff, e ciò mi aiuta tantissimo ad essere grintoso sulla scena. Ma ogni evento ha una storia a sé.

Quando scrivo è diverso, mi sento sicuro oggi come quando avevo sette anni. Ho delle cose da dire e le so dire bene. Sono un professionista della penna, so mettere i congiuntivi al posto giusto ed evitare gli inciampi di stile.

L’unico problema serissimo subito da ragazzo è che tutti, dico tutti gli insegnanti e le insegnanti di lettere, dalle elementari alle medie fino alle superiori, dopo aver letto il primo tema, al secondo  mi piazzavano in un banco isolato sotto la cattedra, per controllarmi meglio. Da bambino la cosa mi offendeva fino alle lacrime: forse pensavano che io copiassi? Lo trovavo ingiusto. Solo molto tempo dopo ho capito che scrivevo troppo bene per la mia età, e volevano capire se c’era qualche trucco. Ma non c’erano trucchi, tranne uno: leggevo moltissimo, e quindi assimilavo la scrittura degli adulti.

Dopo avermi capito mi amavano alla follia. Però quel sistema era davvero brutale e ne ho sofferto molto, anche da adolescente. Pensandoci bene, però, ho anche io due grandi successi in carniere: la mia compagna e mia figlia.

Come è la tua giornata tipo?

Molto metodica, lineare, spazio per la famiglia, il lavoro, lo sport, i contatti sociali. Chi lavora in modo autonomo deve essere per forza molto disciplinato, quasi ferreo. Sia a Bari che a Martina Franca, dove raggiungo spesso la mia compagna e mia figlia, ho un locale casalingo che è in tutto e per tutto il mio ufficio, dove lavoro in totale solitudine. Mi dedico anche molto alla casa, cucino, lavo, metto in ordine. Ho vissuto molto da solo e considero l’autonomia completa un punto di forza. Mi fanno molto ridere gli uomini incapaci di gestire una casa senza una donna, è una dipendenza dalla eterna madre che li infantilizza molto.

Trovi il tempo per rilassarti?

Il mio relax è il lavoro. Quando lavoro sono felice. E anche alcuni miei hobby, come la lettura, il cinema o la musica, fanno parte strutturalmente del mio lavoro. Bisogna leggere molto per scrivere bene e vedere tanto cinema per sceneggiare bene.

Cosa sognavi da piccolo?

Un sacco di cose che non si sono mai realizzate. Peccato. Ma è la vita. Non si può vivere di “se” e “ma”, è solo un viatico verso la depressione.

Cosa ti piace di più del lavoro che fai?

Tutto, tranne l’instabilità economica e la necessità di cercare sempre nuove fonti di lavoro. Quello sì, è parecchio stressante.

Qual è il tuo mantra quotidiano?

Nessun mantra, non ho credenze, non ho riti e nemmeno fede. La fede genera violenza, io sono uomo di pace.

Prossimi eventi

La presentazione del mio libro di narrativa “Più forte di Schillaci”, che credo mi terrà impegnato per un po’. E poi una presenza a Fratta Polesine per un evento dedicato a Di Vagno. La fondazione conversanese a lui intitolata mi ha chiesto delle letture per un evento in ricordo della sua morte ad opera di una squadraccia fascista. Credo di aver selezionato dei passi molto belli e significativi, sarà un bella serata.

Contatti

Soprattutto i miei profili FB, Twitter e Instagram, la pagina FB “Più forte di schillaci” dedicata al libro, e poi sicuramente l’editore barese Nabis. La mia mail rimane nella sfera del lavoro, non ho agenti né altri che gestiscano la mia posta, quindi sono obbligato a essere selettivo nei contatti.

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