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IRENE GIANESELLI PRESENTA SPERANZA

IRENE GIANESELLI

“Speranza” di Irene Gianeselli: la musica come memoria, resistenza e ascolto nel cuore di Roma

Un romanzo attraversato dalla musica

La musica come linguaggio della memoria, forma di resistenza e strumento di ascolto attraversa le pagine di Speranzail nuovo romanzo di Irene Gianeselli, pubblicato da Giuntina con il sostegno del MiC e di SIAE nell’ambito del programma “Per Chi Crea”.

Ambientato a Roma, tra le strade e le suggestioni del Quartiere Ebraico, il romanzo racconta l’incontro tra Nora, giovane pianista inquieta e sensibile, e Leone, psichiatra ebreo di mezza età, custode di una memoria storica che continua a interrogare il presente. Attraverso il loro dialogo, fatto di parole, silenzi e reciproco ascolto, prende forma una riflessione profonda sul rapporto tra identità, storia e responsabilità.

In Speranza la musica non è soltanto una caratteristica della protagonista, ma una presenza costante che struttura il racconto. È il luogo in cui si depositano le emozioni, la memoria e le ferite collettive; è una vibrazione che attraversa il tempo, mettendo in relazione generazioni diverse e trasformandosi in testimonianza. Per Nora, la musica rappresenta un modo di abitare la fragilità del presente; per il lettore diventa una chiave di accesso a una narrazione che intreccia intimità e storia, desiderio e coscienza civile.

Pianista diplomata al Conservatorio “Niccolò Piccinni” di Bari e cantautrice, Irene Gianeselli intreccia nella sua attività artistica letteratura e musica. Questa dimensione emerge con particolare intensità in Speranza, dove il suono diventa metafora della relazione umana e della possibilità di continuare a cercare senso anche nei momenti più difficili della storia contemporanea.

Irene Gianeselli è stata assegnista di Ricerca in Psicometria presso la Libera Università di Bolzano (Facoltà di Scienze della Formazione). Ha conseguito il dottorato di ricerca in Scienze delle Relazioni Umane, con specializzazione in Psicologia presso l’Università di Bari “Aldo Moro”. La sua attività scientifica integra psicometria, pedagogia e arti performative, con particolare attenzione all’educazione inclusiva, alla formazione metacognitiva e all’apprendimento trasformativo. È autrice di numerose monografie e articoli scientifici e partecipa regolarmente a convegni internazionali.

Pianista diplomata al Conservatorio “N. Piccinni” di Bari, ha esordito come cantautrice con Cuore Antico (2025), concept album che accompagna il romanzo Tutta stesa sul mare (Les Flâneurs Edizioni, 2025), vincitore del Premio Ludovica Castelli 2025. Giornalista e critica cinematografica del SNCCI, ha scritto e diretto cortometraggi premiati in festival nazionali e internazionali e selezionati per il Premio David di Donatello.

Nel libro convivono memoria individuale e memoria collettiva. Crede che sia necessaria una vera passione per la memoria e per la storia affinché il passato possa ancora insegnarci qualcosa?

Ci sono due lettere di Antonio Gramsci a suo figlio Delio che considero fondamentali. Nella prima, quando Delio è ancora un bambino, gli parla di una rosa che ha piantato e di una lucertola che vuole educare. Sono immagini di una tenerezza straordinaria: persino dal carcere, immerso nella violenza fascista, Gramsci continua a immaginare la crescita, la cura, il futuro. E per me questo, soltanto questo è il senso della pedagogia: la Resistenza. 

Nell’ultima lettera, invece, Delio ha tredici anni. Gramsci gli dice di sentirsi stanco e di non poter scrivere molto. Eppure trova la forza di affidargli una riflessione che considero essenziale: «Io penso che la storia ti piace, come piaceva a me quando avevo la tua età, perché riguarda gli uomini viventi e tutto ciò che riguarda gli uomini, quanti più uomini è possibile, tutti gli uomini del mondo in quanto si uniscono tra loro in società e lavorano e lottano e migliorano se stessi, non può non piacerti più di ogni altra cosa. Ma è così?»

Se ignoriamo il passato, permettiamo a qualcun altro di raccontarlo al posto nostro, di mistificarlo, di piegarlo ai propri interessi e di usarlo come strumento di potere.

È una questione di egemonia. Per questo continuo a pensare che la storia riguardi gli esseri viventi. E, come Gramsci chiede a Delio, la domanda resta anche per noi: «Ma è così?»

I suoi personaggi vivono emozioni intense, fragilità e scelte complesse. Quanto è stato importante lasciarsi guidare dalla passione per renderli autentici e profondamente umani?

Credo che per scrivere personaggi autentici occorra avere una grande passione per la vita. E la vita comprende anche ciò che normativamente cerchiamo di espungere: la paura, la vergogna, il desiderio di vendetta, le contraddizioni, i lati oscuri. Se li eliminiamo, smettiamo di raccontare esseri umani. Ma se raccontiamo soltanto il buio, cadiamo in un altro artificio. Io cerco di non compiacere mai chi leggerà, né in una direzione né nell’altra. Il mio modo di scrivere contiene una certa crudezza e una certa dose di comicità, perché entrambe fanno parte della vita. Per la mia ricerca sto studiando l’equilibrio di John Nash. Mi sono accorta che anche nella scrittura cerco una forma di equilibrio strategico: non cedere del tutto né al buio né alla consolazione. La posta in gioco è la realtà.

La dimensione politica attraversa il romanzo senza prevalere su quella emotiva. Quanto la passione civile può convivere con i sentimenti e le vicende personali dei protagonisti?

Mi stupisce sempre che chi legge noti questo aspetto con sorpresa. Per me la dimensione politica non è opposta, né contrastiva, rispetto a quella emotiva. Sono inseparabili.

Anche questo, probabilmente, mi viene dallo studio di Gramsci. Forse, complice una certa tradizione culturale, ci siamo abituati a concepirci come esseri bipolari: o tendenzialmente razionali oppure tendenzialmente emotivi. Lo dico anche per esperienza personale: più di una volta mi è stato detto che sono troppo carina per parlare di politica. Quando qualcuno mi ha detto: «Le brave bambine non leggono Marx: aveva la barba lunga e parlava difficile», ho sempre risposto che Marx non parlava difficile: scriveva lettere d’amore bellissime. E che, se proprio si ha paura di una barba maschile, si può sempre leggere Rosa Luxemburg. Quello che proviamo, quello che pensiamo e quello che facciamo appartengono allo stesso sistema. I personaggi sono persone, proprio come noi. Anche noi, ogni giorno, dobbiamo negoziare, parlamentare, decidere da che parte stare. 

C’è poi un altro aspetto culturale che pesa molto. Ci siamo abituati a immaginare la politica come un luogo senza affetti, e il marxismo come qualcosa di freddo, incapace di parlare al cuore. Io penso a Pasolini, che è stato uno dei grandi marxisti italiani e non ha mai rinunciato alla dimensione affettiva della politica. E penso ad Aldo Moro, che marxista non era, ma che ha pagato anche la sua capacità di riconoscere l’umanità dell’altro. 

La crescente disaffezione verso il nostro essere animali politici nasce anche da queste superstizioni. Abbiamo paura di mettere il cuore nella vita pubblica, perché significherebbe imparare a riconoscere il battito degli altri.

La responsabilità è uno dei temi centrali del libro. Ritiene che una società più consapevole nasca anche dalla passione con cui ciascuno sceglie di partecipare alla vita della propria comunità?

Una società consapevole non emargina, non costruisce ghetti, muri o trincee, non cerca continuamente di stabilire chi sta sopra e chi sta sotto. Una comunità esiste davvero solo quando riconosce la dignità dell’altro e si assume la responsabilità di proteggerne i diritti.

Ma una società consapevole sa anche scegliere a che cosa non partecipare. Io ho scritto questo romanzo perché non voglio partecipare ai massacri, non voglio voltarmi dall’altra parte quando la Storia viene mistificata e quando il passato viene usato contro il presente. Non voglio esitare. Da Brecht ho imparato che, davanti all’ingiustizia, l’esitazione diventa complicità.

Questo romanzo è anche il mio modo di chiedere perdono alle vittime. Non sono ebrea, non sono palestinese, ma non posso dimenticare l’orrore del nazifascismo di ieri né quello delle violenze di oggi. E non posso che schierarmi contro qualunque genocidio.

Nelle pagine di Speranza si riflettono molte sfumature dell’Italia contemporanea. Quali sono le passioni, ma anche le disillusioni, che oggi caratterizzano il nostro Paese e che ha voluto raccontare?

Nel romanzo ci sono diversi livelli. Le passioni personali sono quelle che, spesso, ci preservano. Ma più che di disillusioni parlerei di illusioni. Negli ultimi decenni abbiamo costruito molti falsi miti: identità fondate sull’ipernazionalismo, appartenenze rigide, l’idea che esistano esseri umani più degni di altri. È una tentazione che attraversa i confini e riguarda il mondo intero.

Il mio romanzo non prova a raccontare un Paese, ma un tempo storico, nel quale continuiamo ad assistere allo sfruttamento del lavoro, alle persone che muoiono in mare, alle guerre, ai genocidi, alla violenza contro le donne, alla persecuzione del dissenso. Cambiano i contesti, ma le dinamiche del potere si ripresentano con impressionante continuità: mutano i linguaggi, non i rapporti di dominio.

Ho provato a raccontare tutto questo attraverso due persone che cercano di resistere senza perdere la propria umanità. Perché, alla fine, non credo che la domanda sia quale Paese vogliamo diventare. Credo che la domanda sia ancora più semplice e, proprio per questo, ancora più difficile: che genere di esseri umani vogliamo essere?

Scrivere un romanzo come Speranza richiede anche un forte coinvolgimento emotivo. Qual è stata la parte della storia che ha sentito più vicina e che ha scritto con maggiore passione?

La Storia. Quella che continuava ad accadere a Gaza e in Cisgiordania mentre scrivevo il romanzo. Accade ancora oggi, del resto. Era impossibile separare la scrittura da ciò che stava succedendo. C’è una pagina che mi è costata molto. Nora entra in dialogo con L’insostenibile leggerezza dell’essere di Milan Kundera e si sofferma sulla sua celebre riflessione sul kitsch, definito come la commozione condivisa davanti ai «bambini che corrono sul prato». Mentre scrivevo, quella immagine mi era diventata insopportabile. I bambini a Gaza non corrono sul prato.

Se dovesse racchiudere Speranza in tre parole, una delle quali fosse “passione”, quali sarebbero le altre due e perché?

Se devo intendere la parola passione, la intendo nel suo significato etimologico. Passio è ciò che si patisce, ciò che si attraversa. Non un entusiasmo, ma una forma di esposizione al mondo.

La seconda parola è reversibilità, come la intende Franco Fortini. Non credo di poterla spiegare meglio della sua poesia.

La terza è sogno. Perché i protagonisti cercano di riconoscere quello che Marx chiamava il «sogno di una cosa».

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